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Smartphone e sensori: dove finiscono i nostri dati?

Lo scorso marzo Android è diventato il sistema operativo più diffuso al mondo, superando per la prima volta Windows.
Il dato non sorprende: si stima che il 44% della popolazione mondiale possiederà uno smartphone entro fine anno, e il robottino verde è decisamente l’OS più diffuso tra i dispositivi mobile.

Un partecipante ad una conferenza controlla il suo il suo smartphone. Pexels

Il successo degli smartphone è dovuto in larga parte all’immediatezza e alla facilità di utilizzo di questi strumenti. Basti pensare, tanto per fare un esempio, a quanto sia più semplice per un neofita installare un’ applicazione da uno store, piuttosto che dover cercare, scaricare e installare un programma su una macchina desktop.

Questi devices hanno almeno altri due punti di forza.  Primo, danno la possibilità agli utenti di essere sempre connessi ad internet tramite connessione dati, con tutti gli annessi e connessi del caso. Secondo – e su questo vorrei  soffermarmi – sono equipaggiati con sensori ambientali, che traducono in bit tutta una serie di grandezze fisiche riferite all’ambiente esterno.

Nella grafica,  i principali componenti di uno smartphone. I sensori sono collocati in basso a sinistra. Flickr IntelFreePress

I dati raccolti dai sensori migliorano notevolmente l’esperienza d’uso, ma catturano sempre più informazioni relative ad abitudini e dati personali.

Non è un segreto che Google conosca e usi la posizione degli utenti  per dare la possibilità agli inserzionisti di creare pubblicità su base geografica (qui potete consultare cosa sa Big G riguardo ai vostri spostamenti dell’ultimo anno). La posizione GPS è solo una delle tante informazione ricavabili da uno smartphone ed è probabilmente quella su cui si ha più controllo. Le applicazioni , tanto su iOS quanto su Android, richiedono infatti da due/tre anni all’utente l’autorizzazione per poter accedere a un determinato sensore.

Nel momento in cui si fornisce tale permesso per garantire il corretto funzionamento di un’applicazione, non si può avere la certezza di dove finiscano i dati raccolti.  Un esempio a caso? Basta un click sbadato per dare a Google la possibilità di memorizzare tutte le registrazioni audio relative ai suoi prodotti. E le nuove frontiere della profilazione permettono di identificare sempre meglio l’utente nei modi più impensabili.

 

Esempio di applicazione di navigazione satellitare su Android. Pixabay

Alcuni esempi a titolo informativo: un anno fa dei ricercatori dell’università di Duisburg-Esse hanno scoperto che è possibile capire, con percentuali prossima al 100%, il canale TV su cui l’utente è sintonizzato, basandosi solamente su dati del sensore di luminosità. Sempre in Germania, la Brunswick Technical University ha rilevato che circa 420 applicazioni del Play Store implementano un sistema di tracciamento basato su ultrasuoni, capace di determinare se ci si trova nei pressi di uno specifico luogo, o se si stia ascoltando una particolare sorgente audio.

Le tecnologie mobile hanno rivoluzionato tanti aspetti delle nostre vite e i vantaggi che ne traiamo ogni giorno sono innegabili. Dietro l’apparente gratuità delle app che usiamo quotidianamente, si nasconde tuttavia un mondo fatto di sottrazione e analisi di dati personali.

Vogliamo davvero essere un libro aperto per chiunque entri in possesso di queste informazioni?

“Love (of technology)”

How Digital Techs Changed Our Lives:
“I was eating a sandwich when I saw this shot. I had time to finish it and walk back for the shot! Don’t get me wrong, I like using my phone too…..”

La didascalia originale di Matthew G., autore della foto, parla da sola: un bell’incontro per una piacevole chiacchierata…
Ma attenzione, nessuno si senta escluso.

Fonte Flickr.com

 

 

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