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La musica è cambiata!

La musica è cambiata. Non solo i generi musicali si sono in parte modificati, ma si sono soprattutto evoluti gli strumenti musicali ed i dispositivi di riproduzione sonora. Tutto ciò ha portato ad un mutamento della concezione e della percezione della musica.

La musica è nata con la comparsa dell’uomo sulla terra. Si è evoluta nel corso dei secoli raffinandosi sempre più. Nella preistoria le composizioni musicali erano estremamente semplici, basate su una melodia ed eventualmente un testo cantato. Venivano tramandate oralmente di generazione in generazione. Col passar dei secoli, dalla tradizione orale si passò a quella scritta: la scrittura dei testi delle canzoni. Successivamente venne strutturata la semiografia musicale dell’altezza e durata delle note. La più antica forma di notazione risale alla civiltà sumera.

Un notevole sviluppo della notazione musicale si ebbe nel Medioevo, in Europa. Da allora l’evoluzione della scrittura della musica si trasformò fino all’uso del pentagramma impiegato ancora oggi.

Alla notazione musicale, semplice traduzione ed archiviazione scritta, seguì nei secoli successivi la memorizzazione tramite strumenti (inizialmente solo meccanici) in grado di riprodurre una musica preimpostata, come i cilindri intercambiabili dei grandi carillon agli inizi del 1700.

Antico carillon utilizzato per riprodurre in modo automatico le campane nella torre civica di Beffroi, Gand, Belgio. Fonte: Wikimedia commons

Col progredire della tecnologia si è passati da strumenti meccanici ad un metodo di memorizzazione diretto della musica prodotta: la registrazione.

La musica registrata nacque nel 1877 con l’invenzione del fonografo di Edison seguita negli anni successivi dal grafofono di Bell e Trainter. Ciò ha rappresentato il sistema di registrazione, e soprattutto, di riproduzione di suoni più utilizzato fino agli anni ottanta del Novecento.

Per la riproduzione sonora di un disco veniva solitamente impiegato un giradischi collegato ad un amplificatore elettrico.

Tutto ciò permise alla musica di diffondersi in tutto il mondo.

Già negli anni trenta erano stati brevettati dalla ditta italiana Goloso i registratori magnetici. Erano costituiti da bobine aperte, intercambiabili, con nastro avvolto su una bobina. Per la complessità di utilizzo si diffusero soprattutto in ambienti professionali.

I supporti magnetici si basavano sull’utilizzo del nastro magnetico, sottile striscia di materiale plastico, rivestita da uno strato magnetizzabile, in grado di memorizzare la musica come variazioni di una proprietà magnetica.

Negli anni ’60 la Philips lanciò sul mercato l’audio-casetta, detta comunemente musicassetta. Essa divenne rapidamente molto popolare per la sua economicità e semplicità d’uso. Si trattava di un piccolo contenitore con due bobine che raccoglievano un nastro magnetico su cui poteva essere registrato materiale sonoro.

 

Musicassetta Audio. Strumento di registrazione audio diffusosi negli anni ’80 del novecento. Fonte: max pixel on freegreatpicture

Nel 1979 venne introdotto il Walkman: primo lettore portatile prodotto dalla Sony. Il termine stesso di Walkman indicava la possibilità di portare la musica sempre con sé. Diventò un’ icona della generazione degli anni ’80. La musica aveva così imparato a camminar. Divenne il compagno perfetto per chi fava jogging o altri sport all’aria aperta.

Le tecnologie a nastro magnetico furono superate da quelle digitali grazie allo sviluppo di nano-tecnologie elettroniche, la cui idea di base continua ad essere utilizzata ancora oggi.

Si tratta del cosiddetto Compact Disc. Questo supporto è composto da un disco piatto e sottile di policarbonato trasparente. Contiene al suo interno un sottile foglio metallico di alluminio su cui vengono registrate e lette tramite un raggio laser le informazioni, memorizzate come successioni di buchi e terre.

Il CD permise di ridurre drasticamente il rapporto tra le dimensioni del supporto (disco di 12 cm x 1mm di spessore) e la qualità di dati immagazzinabili (circa 80 min. di musica).

Negli ultimi anni del Novecento la crescente miniaturizzazione degli apparati informatici permise di sviluppare apparecchi tascabili per riprodurre file digitali da memorizzazione: il formato MP3, ancora dominante ai giorni nostri.

Nell’analisi dei cambiamenti della musica un ruolo fondamentale occupa la radio. La radio inizia le proprie trasmissioni negli anni ’20. Contribuì notevolmente al progresso tecnico della registrazione e riproduzione del suono, perché favorì la diffusione della musica e l’avvicinamento alla musica delle grandi masse.

Un fenomeno interessante riguarda le nuove frontiere dell’ascolto e dell’acquisto di musica su internet. Ciò ha alimentato lo spirito di condivisione e pubblicazione della musica, trasformando il proprio tempo libero in “momenti social”. Fra i maggiori supporti di reperibilità musicale Spotify è il più popolare.

Rappresentazione grafica del logo di Spotify. Fonte: Wikimedia commons

Da tutto quello che ho cercato di descrivere si può concludere che la modalità di espressione e condivisione della musica sia cambiata nei secoli, ma soprattutto negli ultimi anni. Si assiste pertanto alla riduzione del numero dei negozi musicali mentre proliferano e prendono il sopravvento i negozi online. Si pensi ad ITUNES o play Music di Android, che consentono di acquistare musica direttamente dal proprio smartphone.

L’evoluzione della musica è rappresentata dall’insieme di tanti aspetti: la qualità del suono, gli aspetti culturali, sociali, anche politici. Il lato artistico e commerciale. Tutto fa della musica un linguaggio universale che collega l’uomo dalle sue origini ai giorni nostri. Senza distinzione di razza, sesso, estrazione sociale, fede politica o religiosa. La musica è soprattutto questo: uno dei pochi valori, se non l’unico che rappresenta l’umanità nella sua più profonda unicità.

 

La rivoluzione dei media: quali rapporti di potere prevarranno?

L’uomo è un animale sociale e per questo ha la necessità di comunicare. La rivoluzione digitale ha cambiato la comunicazione sia in ambito “peer-to-peer” (relazioni sociali tra singoli), sia per quanto riguarda i grandi mezzi di comunicazione di massa. Tutto è in rapida evoluzione e nascono spontanei numerosi spunti di riflessione.

Immagine che rappresenta la varietà  di scelta tra gli strumenti di comunicazione di massa odierni.
Fonte: Wikimedia Commons

In particolare sarà interessante analizzare in questa sede la metamorfosi dei media: dalla crisi del giornalismo cartaceo a quella della TV generalista.

E’ necessario partire da una premessa: i social media, e non solo, sono i nuovi mezzi di comunicazione di massa che ormai in larga parte sostituiscono TV e giornali.

La carta ha subito una perdita di valore e le informazioni arrivano sempre più rapidamente online. Ciò che un giornale, persino un quotidiano, pubblica al momento dell’uscita è ormai una notizia vecchia.

La fruizione dell’informazione in epoca digitale: dalla carta agli smartphone.
Fonte: Wikimedia Commons

Quale reazione hanno generato questi nuovi fenomeni digitali nelle grandi testate giornalistiche?

Conseguenza diretta, ovviamente, fu la creazione di testate online parallele al formato cartaceo, soluzione ormai superata che non è stata sufficiente per fronteggiare le crescenti minacce editoriali. L’esito negativo di questo primo tentativo di rivalsa online ha generato un fenomeno definito “clickbaiting”, letteralmente traducibile con “esca da click”. Aumentare il numero di visite ad un sito per incrementare le rendite pubblicitarie.

La battaglia col digitale ha messo i giornali di fronte ad un impasse: se da un lato le costrizioni di rete hanno provocato un maggiore interesse sulla quantità, un pericolo derivato è una riduzione di valore in termini di qualità. Scaturisce, dunque, una perdita di credibilità del giornalismo agli occhi dei fruitori, che non ne hanno più chiare le finalità: fornire al lettore le informazioni necessarie per sviluppare un pensiero critico circa quello che gli accade attorno o pubblicare articoli “sui gattini” per aumentare il numero di click? La risposta sarà più chiara col tempo.

 

Di recente, nello scenario di una serie di eventi organizzati per Biennale Democrazia, ho avuto modo di assistere ad un dibattito tra Mario Calabresi, Enrico Mentana e Maurizio Molinari. Ci si poneva la stessa questione: “Possiamo fidarci dei giornalisti?” Si parla molto di post verità, fake news, crap detection e le motivazioni hanno radici nella crescente sfiducia nei confronti di chi, un tempo, rappresentava la verità (per quanto essa possa esser vista come un concetto univocamente identificabile). L’italiano medio di chi dovrebbe aver fiducia?

Tra gli eventi di Biennale Democrazia Dibattito dal titolo: Possiamo fidarci dei giornalisti?
Fonte: Galleria personale.

Dobbiamo muoverci tra il poco probabilmente vero e il molto probabilmente vero. Ma se da una parte non si deve cadere in uno scetticismo assoluto, dall’altra dobbiamo conoscere le armi per saper riconoscere chi da parte nostra merita fiducia e credibilità.

In parallelo alla più rapida fruizione di informazioni online lo stesso avviene per l’accesso ai materiali multimediali. La TV generalista italiana, caratterizzata per tanti anni dal duopolio Rai-Mediaset, ma anche le stesse reti satellitari private, sono state costrette a confrontarsi con i giganti televisivi digitali come Amazon e, in particolare, Netflix.

Le nuove piattaforme televisive in seguito all’avvento del digitale.
Fonte: Flickr.com
Pubblicato da: methodshop .com

La TV sta cambiando rotta, gli utenti non hanno più il bisogno di doversi assoggettare alle regole di un palinsesto imposto ma decidono ciò che vogliono vedere. È così che le varie reti, e lo stesso colosso di Sky, hanno dovuto virare verso un nuovo modo di fare televisione: l’on demand, i vari SkyGo, RaiPlay, PremiumPlay che permettono la visione anche da dispositivi digitali.

Il digitale sta finalmente generando un mercato più libero? Un mercato guidato dalla concorrenza? Una maggiore libertà di scelta? O allo stesso modo prevarranno i monopoli delle grandi piattaforme?

Nel 1979 i Buggles cantavano “Video killed the radio star”. Il brano fa riferimento all’avvento della musica da vedere, ai video musicali, come la causa della perdita di popolarità delle star della radio: la TV contro la Radio. Oggi quella TV che sembrava averla vinta sulla Radio si trova di fronte un nemico: la TV contro il Web. Le conclusioni son sempre le medesime: l’avvento di una nuova tecnologia ha sempre delle fasi ricorrenti paragonabili alle tecnologie passate. Le aspettative iniziali son sempre esagerate sia in positivo che in negativo.

I media stanno cambiando, non sappiamo che strada prenderanno e siamo posti di fronte a un bivio. Non ci resta che attendere e osservare quali rapporti di potere genereranno la forma finale? O partecipare attivamente per fare in modo che le forze sociali prevarranno su eventuali oligopoli economici nella creazione di un’industria della comunicazione libera ed affidabile?

Alessio Soru

Smartphone e sensori: dove finiscono i nostri dati?

Lo scorso marzo Android è diventato il sistema operativo più diffuso al mondo, superando per la prima volta Windows.
Il dato non sorprende: si stima che il 44% della popolazione mondiale possiederà uno smartphone entro fine anno, e il robottino verde è decisamente l’OS più diffuso tra i dispositivi mobile.

Un partecipante ad una conferenza controlla il suo il suo smartphone. Pexels

Il successo degli smartphone è dovuto in larga parte all’immediatezza e alla facilità di utilizzo di questi strumenti. Basti pensare, tanto per fare un esempio, a quanto sia più semplice per un neofita installare un’ applicazione da uno store, piuttosto che dover cercare, scaricare e installare un programma su una macchina desktop.

Questi devices hanno almeno altri due punti di forza.  Primo, danno la possibilità agli utenti di essere sempre connessi ad internet tramite connessione dati, con tutti gli annessi e connessi del caso. Secondo – e su questo vorrei  soffermarmi – sono equipaggiati con sensori ambientali, che traducono in bit tutta una serie di grandezze fisiche riferite all’ambiente esterno.

Nella grafica,  i principali componenti di uno smartphone. I sensori sono collocati in basso a sinistra. Flickr IntelFreePress

I dati raccolti dai sensori migliorano notevolmente l’esperienza d’uso, ma catturano sempre più informazioni relative ad abitudini e dati personali.

Non è un segreto che Google conosca e usi la posizione degli utenti  per dare la possibilità agli inserzionisti di creare pubblicità su base geografica (qui potete consultare cosa sa Big G riguardo ai vostri spostamenti dell’ultimo anno). La posizione GPS è solo una delle tante informazione ricavabili da uno smartphone ed è probabilmente quella su cui si ha più controllo. Le applicazioni , tanto su iOS quanto su Android, richiedono infatti da due/tre anni all’utente l’autorizzazione per poter accedere a un determinato sensore.

Nel momento in cui si fornisce tale permesso per garantire il corretto funzionamento di un’applicazione, non si può avere la certezza di dove finiscano i dati raccolti.  Un esempio a caso? Basta un click sbadato per dare a Google la possibilità di memorizzare tutte le registrazioni audio relative ai suoi prodotti. E le nuove frontiere della profilazione permettono di identificare sempre meglio l’utente nei modi più impensabili.

 

Esempio di applicazione di navigazione satellitare su Android. Pixabay

Alcuni esempi a titolo informativo: un anno fa dei ricercatori dell’università di Duisburg-Esse hanno scoperto che è possibile capire, con percentuali prossima al 100%, il canale TV su cui l’utente è sintonizzato, basandosi solamente su dati del sensore di luminosità. Sempre in Germania, la Brunswick Technical University ha rilevato che circa 420 applicazioni del Play Store implementano un sistema di tracciamento basato su ultrasuoni, capace di determinare se ci si trova nei pressi di uno specifico luogo, o se si stia ascoltando una particolare sorgente audio.

Le tecnologie mobile hanno rivoluzionato tanti aspetti delle nostre vite e i vantaggi che ne traiamo ogni giorno sono innegabili. Dietro l’apparente gratuità delle app che usiamo quotidianamente, si nasconde tuttavia un mondo fatto di sottrazione e analisi di dati personali.

Vogliamo davvero essere un libro aperto per chiunque entri in possesso di queste informazioni?

Viviamo davvero nell’era della post-verità?

Il 5 febbraio 2003 l’allora segretario di stato degli USA Colin Powell tenne un lungo discorso al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, in cui denunciò il possesso di armi di distruzione di massa da parte dell’ Iraq. Le prove presentate da Powell, tra cui registrazioni audio e fotografie satellitari, legittimarono l’invasione statunitense dell’Iraq agli occhi dell’opinione pubblica, ancora scossa dagli attentati dell’11 settembre.

Nel febbraio 2011 la fonte principale dell’intelligence statunitense sulla presenza di tali armi, un ex-ingegnere chimico iracheno, dichiarò al Guardian di aver inventato completamente le accuse per favorire il crollo del regime di Saddam Hussein. Il discorso di Powell era quindi una ‘bufala‘, diremo oggi. Una menzogna che ha contribuito a causare circa mezzo milione di decessi tra gli Iracheni ( stime attendibili sono consultabili su PLOS ONE).

2003. L’ex segretario di stato USA Colin Powell mostra una fiala di antrace al consiglio di sicurezza ONU.
Fonte: wikipedia.en

Negli ultimi anni si è proliferato un numero sempre maggiore di notizie infondate, rielaborate  o inesatte, diffuse tramite i social network. Tali informazioni vengono spesso create – o manipolate – di proposito, al fine di influenzare il dibattito pubblico, su tematiche sociale e/o politiche.

L’idea che tali non-notizie abbiano influenzato avvenimenti politici chiave del 2016, ha portato i media internazionali a parlare di una nuova cultura politica, quella della post-truth (post-verità) verità post-fattuale. L’enciclopedia online treccani.it, ne riporta la seguente definizione:

Argomentazione, caratterizzata da un forte appello all’emotività , che basandosi su credenze diffuse e non su fatti verificati tende a essere accettata come veritiera, influenzando l’opinione pubblica.

 

Diffondere volutamente notizie false per i fini sopracitati è uno strumento politico antichissimo. Durante tutto il ‘900, le macchine di propaganda dei vari stati si nutrivano costantemente di questo tipo di notizie: le radici di quest’uso strumentale delle fake-news si perdono nella storia, tant’è che presumibilmente la battaglia tra Ottaviano e Marco Antonio per il potere di Roma si combatté anche su questo fronte.

Ora, se le dichiarazioni di Trump sul cambiamento climatico e sulla cittadinanza di Obama cadono sotto la definizione sopracitata, mi pare lecito pensare che il discorso di Powell del 2003 non faccia eccezione.

La sensazione è che si gridi alla post-verità in maniera piuttosto strumentale. La diffusione di fake-news, nell’accezione più ampia del termine, non è infatti prerogativa di siti creati ad hoc (vacciniinforma, ilcorrieredellanotte ,ilfattoquotidaino etc); potrebbe riguardare altresì giornali, programmi tv, e – come già dimostrato – persino enti governativi. Il populismo, la demagogia e l’alterazione di fatti e dati secondo la propria lettura sono sempre esistiti in seno alla democrazia: con la post-verità abbiamo insomma scoperto l’acqua calda.

Non esiste un criterio univoco per determinare la veridicità di una notizia, in primis perché non esista una verità assoluta  e di conseguenza non ha neanche senso parlare di post-verità. Alcune notizie sono facilmente verificabili, altre meno. Il minimo, per orientarsi nel mare delle informazioni online, è avere un atteggiamento più critico nei confronti delle nostre letture, indipendente dalla fonte.

Linee guida dell’IFLA su come riconoscere le fake news.  IFLA, commons.wikipedia.org

 

 

 

 

 

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