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La gnoseologia nell’era di Google: è ancora utile conoscere?

In un articolo sulle mie prime esperienze su Internet concludevo la riflessione con un parallelismo tra Internet e la teoria della relatività. Si può proseguire il discorso in ambito gnoseologico: la fruizione di contenuti è sempre più immediata e ormai slegata dal tempo e dalla locazione fisica degli stessi.

Logo della grande Enciclopedia pubblicata nel 1751 da un vasto numero di intellettuali guidati da Denis Diderot e               Jean-Baptiste d’Alembert.             Fonte: Wikimedia Commons

Nel percorso di raggiungimento di una consapevolezza digitale è necessario passare attraverso un’analisi sul nuovo modo di accesso al sapere. Scrive Giuseppe Granieri:

“L’accesso ai prodotti culturali sta diventando più semplice ed economico”

“Noi siamo i nuovi consumatori – ha scritto recentemente Craig Mod – siamo i nuovi lettori, i nuovi scrittori, i nuovi editori”

Non esiste più una élite di fruitori della cultura, così come non esiste più neppure una élite che crea dei prodotti culturali. Tutti siamo lettori e scrittori. Ne consegue che se da una parte potrebbe venire meno quella che si può definire una “cultura con cognizione di causa”, dall’altra gli stessi ambiti dell’erudizione si stanno ampliando e il concetto stesso di cultura non può più essere ridotto a un numero limitato di forme espressive.

Sorge spontanea una considerazione: se oggi è più agevole rispetto a prima ottenere un’elevatissima cifra di informazioni, come muoversi all’interno di questa enorme “massa di conoscenza”? Dove risiede il sapere? Sapere è ancora utile?

David Weinberger sintetizza queste idee nel prologo del suo libro La stanza intelligente – La conoscenza come proprietà della rete, come riporta un articolo de La Stampa:

Foto di David Weinberger Filosofo, saggista statunitense e tecnologo della comunicazione.          Autore de “La stanza intelligente. La conoscenza come     proprietà della rete”.  Fonte: flickr.com Pubblicata da nrkbeta

“Quando la conoscenza entra a far parte di una rete, la persona più intelligente della stanza è la stanza stessa: la rete che unisce persone e idee presenti e le collega con quelle all’esterno”

Nello stesso articolo La Stampa riassume i cinque strumenti-guida per capire come avviene la conoscenza oggi espressi da Weinberger:

“Primo strumento: non esistono fatti, solo interpretazioni; secondo: le interpretazioni avvengono sempre in un determinato contesto culturale e sociale; terzo: non esiste una posizione privilegiata, una voce più forte di un’altra al di fuori di un contesto; quarto: nulla si può comprendere al di fuori di un contesto; quinto: all’interno di un contesto specifico (come un discorso scientifico) alcune interpretazioni sono privilegiate

Queste cinque regole dovrebbero essere le nostre armi di difesa che ci aiutano a muoverci all’interno di Internet ma che inoltre, a mio parere, dovrebbero permetterci di fare una distinzione:

 

CONOSCERE                           Simbolo di diverso                      SAPERE

 

Sembra scontato ma non lo è. Comprendere nella sua completezza un concetto è ben diverso dal sapere di cosa si tratta. Non essere in grado di compiere questa distinzione può essere simbolo di una cultura e di una società sempre più mutevole ma contemporaneamente molto più flebile.

Il singolo deve tener conto di questi criteri nella metodologia dell’apprendimento delle informazioni, sia nel caso in cui sia mittente, sia nel caso in cui sia destinatario.

In prima battuta è necessario recepire e comprendere su quale gradino ci si trova nella scala SAPERE-CONOSCERE al momento dell’acquisizione di nozioni: parlare con cognizione di causa. Secondariamente, stando dal lato opposto, non ci si deve lasciar confondere da una combinazione formata da carisma e molteplici informazioni gettate in un enorme miscuglio eterogeneo privo di significato: le conseguenze non possono essere altro che grottesche.

Logo di Wikipedia

Logo di Wikipedia  La più grande enciclopedia libera online, simbolo del sapere nell’età odierna.
Fonte: Flickr.com Pubblicata da Octavio Isaac Rojas Orduña

Per concludere, è importante inoltre rendersi conto che il motore di ricerca non deve essere un sostituto alla memoria ma un motivo di stimolo. La più rapida ricezione di informazioni non deve generare differenze tra la consultazione di un’enciclopedia cartacea e Wikipedia se non la fortuna di avere il sapere a portata di mano senza alcun prezzo. Umberto Eco scriveva in una lettera al nipote:

“È vero che se ti viene il desiderio di sapere chi fosse Carlo Magno o dove stia Kuala Lumpur non hai che da premere qualche tasto e Internet te lo dice subito. Fallo quando serve, ma dopo che lo hai fatto cerca di ricordare quanto ti è

stato detto per non essere obbligato a cercarlo una seconda volta se per caso te ne venisse il bisogno impellente, magari per una ricerca a scuola. Il rischio è che, siccome pensi che il tuo computer te lo possa dire a ogni istante, tu perda il gusto di mettertelo in testa”

Nel Fedro, Platone si interrogava, attraverso il mito di Theuth, sulla stessa questione della memoria posta in discussione da Eco. In quel caso, però, il dilemma era generato non dal’avvento del digitale ma dall’invenzione della scrittura.

Possono sembrare elucubrazioni 2.0, pensieri nuovi generati dal periodo storico di grandi mutamenti, ma effettivamente sono sempre le stesse riflessioni.  Si deve solamente prestare più attenzione, premettendo socraticamente sempre un classico, ma mai fuori moda, “So di non sapere”.

Alessio Soru

Viviamo davvero nell’era della post-verità?

Il 5 febbraio 2003 l’allora segretario di stato degli USA Colin Powell tenne un lungo discorso al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, in cui denunciò il possesso di armi di distruzione di massa da parte dell’ Iraq. Le prove presentate da Powell, tra cui registrazioni audio e fotografie satellitari, legittimarono l’invasione statunitense dell’Iraq agli occhi dell’opinione pubblica, ancora scossa dagli attentati dell’11 settembre.

Nel febbraio 2011 la fonte principale dell’intelligence statunitense sulla presenza di tali armi, un ex-ingegnere chimico iracheno, dichiarò al Guardian di aver inventato completamente le accuse per favorire il crollo del regime di Saddam Hussein. Il discorso di Powell era quindi una ‘bufala‘, diremo oggi. Una menzogna che ha contribuito a causare circa mezzo milione di decessi tra gli Iracheni ( stime attendibili sono consultabili su PLOS ONE).

2003. L’ex segretario di stato USA Colin Powell mostra una fiala di antrace al consiglio di sicurezza ONU.
Fonte: wikipedia.en

Negli ultimi anni si è proliferato un numero sempre maggiore di notizie infondate, rielaborate  o inesatte, diffuse tramite i social network. Tali informazioni vengono spesso create – o manipolate – di proposito, al fine di influenzare il dibattito pubblico, su tematiche sociale e/o politiche.

L’idea che tali non-notizie abbiano influenzato avvenimenti politici chiave del 2016, ha portato i media internazionali a parlare di una nuova cultura politica, quella della post-truth (post-verità) verità post-fattuale. L’enciclopedia online treccani.it, ne riporta la seguente definizione:

Argomentazione, caratterizzata da un forte appello all’emotività , che basandosi su credenze diffuse e non su fatti verificati tende a essere accettata come veritiera, influenzando l’opinione pubblica.

 

Diffondere volutamente notizie false per i fini sopracitati è uno strumento politico antichissimo. Durante tutto il ‘900, le macchine di propaganda dei vari stati si nutrivano costantemente di questo tipo di notizie: le radici di quest’uso strumentale delle fake-news si perdono nella storia, tant’è che presumibilmente la battaglia tra Ottaviano e Marco Antonio per il potere di Roma si combatté anche su questo fronte.

Ora, se le dichiarazioni di Trump sul cambiamento climatico e sulla cittadinanza di Obama cadono sotto la definizione sopracitata, mi pare lecito pensare che il discorso di Powell del 2003 non faccia eccezione.

La sensazione è che si gridi alla post-verità in maniera piuttosto strumentale. La diffusione di fake-news, nell’accezione più ampia del termine, non è infatti prerogativa di siti creati ad hoc (vacciniinforma, ilcorrieredellanotte ,ilfattoquotidaino etc); potrebbe riguardare altresì giornali, programmi tv, e – come già dimostrato – persino enti governativi. Il populismo, la demagogia e l’alterazione di fatti e dati secondo la propria lettura sono sempre esistiti in seno alla democrazia: con la post-verità abbiamo insomma scoperto l’acqua calda.

Non esiste un criterio univoco per determinare la veridicità di una notizia, in primis perché non esista una verità assoluta  e di conseguenza non ha neanche senso parlare di post-verità. Alcune notizie sono facilmente verificabili, altre meno. Il minimo, per orientarsi nel mare delle informazioni online, è avere un atteggiamento più critico nei confronti delle nostre letture, indipendente dalla fonte.

Linee guida dell’IFLA su come riconoscere le fake news.  IFLA, commons.wikipedia.org

 

 

 

 

 

La leggenda: fra passato e futuro

In quest’epoca così tecnologica ci sarà mai un evento che in futuro verrà considerato leggenda?

Naturalmente non sto parlando dell’amico che in una sera si è scolato 5 bottiglie di vodka e da quel momento è considerato da tutti una “leggenda”.

Io sto parlando delle antiche leggende. Racconti che rappresentavano il patrimonio culturale di civiltà arcaiche. Trame che i cantastorie raccontavano attorno ai fuochi, durante le feste di paese. La particolarità di queste storie era che man mano che venivano tramandate nel tempo diventavano sempre più elaborate con l’aggiunta anche di elementi fantastici; finchè il reale e l’immaginario si mescolavano indissolubilmente fra loro.

Molto spesso erano le gesta di uomini eroici che incarnavano i valori della forza, stabilità e protezione. Ne derivava una sorta di insegnamento per tutti coloro che ascoltavano.

Un illustre esempio è la leggenda di Re Artù. La corte di Artù si trovava in un luogo noto come “Camelot” fortezza descritta per la prima volta da Chretien de Troyes (autore francese che è meglio non tradurre in italiano).

Rappresentazione pittorica di Re Artù, leggendario Re della Gran Bretagna. Opera di Charles Ernest Butler. Fonte: Wikimedia Commons

La leggenda del re di Camelot nasce da un evento molto probabilmente accaduto, cioè dall’incoronazione di un sovrano di cui esistono molti plausibili candidati storici. La storia di Artù, figlio di Uther Pendragon, si è arricchita, nel corso del tempo, di elementi fantastici. Dai magici avvenimenti accaduti a Camelot, al mago Merlino, fino alla famosissima spada nella roccia: Excalibur. Da un evento realmente avvenuto si è creata una storia che tuttora viene narrata nei libri e che è stata ispiratrice di molti film cinematografici.

Ciò di cui sto riflettendo è ispirato al video dello youtuber Canesecco, il quale espone questo tema che io ora svilupperò.

Naturalmente in passato era più facile creare leggende. Sicuramente alla fine del V secolo d.C. non esistevano ancora i giornali, stampati per la prima volta all’inizio del XVII secolo, e gli eventi importanti venivano trasmessi oralmente.

Oggi non è più così. Con l’avvento degli smartphone la diffusione di informazioni è cambiata. La comunicazione digitale ha permesso una fruizione delle notizie decisamente più diretta. Oggi le news vengono subito scritte sui siti dei giornali o inserite direttamente sui social networks. Tutti immediatamente vengono a sapere che un certo avvenimento è accaduto: da chi ha vinto le elezioni negli Stati Uniti alle foto degli amici in discoteca.

Le informazioni digitali vengono divulgate in modo superficiale: non c’è spessore. Avvenimenti epocali sullo stesso piano di notizie banali e gossip di vip improbabili. Si passa con un semplice click dal dramma dei barconi di immigrati alla descrizione del vestito di nozze di Pippa Middleton.

Foto di Pippa Middleton al matrimonio del principe William e Catherine Middleton. Fonte: flickr.com Channy Yun

 

Foto di immigrati su un barcone Fonte: flickr.com   Vito Manzari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tutto questo era inimmaginabile nel passato.

Oggi la trasmissione delle informazioni attraverso i supporti digitali è divenuta così tanto immediata e diretta che apparentemente non permette variazioni, come invece avveniva in passato. Da una parte l’informazione digitale “in tempo reale” è un successo per la società di oggi. La possibilità di conoscere all’istante gli avvenimenti accaduti dall’altro lato del pianeta permette una più immediata cultura del mondo ed una meravigliosa sensazione di far parte integrante dell’umanità.

Purtroppo però ci sono i lati negativi. Negli ultimi tempi si parla spesso di “bufale” o “Fake news“. Si tratta di notizie false, artefatte volutamente per diversi scopi: politici, economici o semplicemente per fare delle bravate. Questo comporta che non sempre l’informazione ricevuta dalla gente corrisponde alla verità. Diversi sono i temi o gli eventi apparentemente veri ma che sono in realtà inventati di sana pianta, raccontati in modo falso, senza precisione storica. Notizie senza fondamenti scientifici, gettate su internet allo scopo di condizionare l’opinione degli utenti.

Titoloni sensazionistici  che influenzano il pensiero dei popoli evitando di raccontare le notizie in modo più approfondito, così da spiegare in modo più corretto e preciso la realtà dei fatti.

 

Rappresentazione di un computer portatile sul cui schermo è raffigurata una Fake news Fonte: Pixabay

Ma il messaggio finale che voglio trasmettere è quello che la società moderna ha perso l’attitudine a raccontare “storie”. La capacità dell’eloquenza e l’utilizzo della fantasia che i popoli antichi possedevano in modo più spiccato rispetto a noi. Non rimpiango sicuramente le notizie a contenuto ingannevole, fasulle; nate per orientare in modo errato l’opinione pubblica. Rimpiango invece la magia di quelle storie che affascinavano adulti e bambini e che per millenni sono rimaste nella cultura dei popoli tramandate di generazione in generazione.

Papà! Sono entrato in internet!?!

Il mio primo contatto con il favoloso universo di internet è stato per gioco. Un primo approccio tanto agognato quanto deludente. Di quei momenti mi ricordo solamente alcuni flash.

Erano gli anni ’90 ed una nota industria alimentare dolciaria aveva inserito all’interno degli ovetti di cioccolato un codice, il quale permetteva di divertirsi con mini-giochi fruibili dopo essere entrati nel sito della ditta.

L’ovetto Kinder, un ovetto di cioccolata con la sorpresa dentro                                       Fonte: Flickr.com            e.r.w.i.n.

Mi ricordo che mio fratello ed io ci sedevamo sulle ginocchia di nostro padre (uno per gamba!) e gli chiedevamo di giocare al mini-gioco tanto desiderato. Papà, accettando le nostre suppliche, accendeva il computer. L’accensione del computer, da quello che mi ricordo, durava un’eternità (almeno secondo la percezione del trascorrere del tempo di un bambino con uno sfrenato desiderio di giocare).

Successivamente avveniva il passaggio più cruciale: bisognava “Entrare in internet!” 

Questo me lo ricordo bene. Papà cliccava sull’icona di internet e da quel momento iniziavano una serie di rumori stridenti e gracchianti: poco poco fastidiosi per l’orecchio umano. Stavamo “entrando in internet”. Erano momenti interminabili: mio fratello ed io ci muovevamo freneticamente sulle ginocchia di nostro padre in attesa che finalmente il PC si connettesse. Però man mano che il tempo passava perdevamo inesorabilmente le speranze. A questo punto chiedevamo a papà il motivo di tale ritardo nella connessione. La risposta di nostro padre era sempre la stessa: “Ci sarà tanta gente in internet”.

Leading Edge Model D vecchio modello di computer, Fonte: Wikipedia

Dopo un po’ di tempo, a causa del nostro peso, gli arti inferiori di nostro padre iniziavano a cedere: il sangue circolava sempre meno e sentivamo la sensazione di instabilità sulle sue ginocchia. Raggiunto il limite di sopportazione papà ci diceva: “Andate a giocare, qui ci penso io… Se il computer riesce a connettersi vi chiamo!”. Manco una volta che ci abbia richiamati! Con l’amarezza di non essere rusciti ad “entrare in internet” e arrabbiati contro tutte  quelle persone che invece erano riuscite a connettersi prima di noi per motivi sicuramente meno importanti del nostro, tornavamo a giocare con i soldatini e le macchinine, sicuramente meno tecnologici, ma più immediati.

Rappresentazione grafica del logo di YouTube inserito in una pellicola cinematografica Fonte: Pixabay

 

Crescendo, la mia passione nei confronti dei mini-giochi della Kinder è svanita (in realtà quasi subito) ed è stata sostituita da un’altra fortissima passione che ho tutt’oggi: l’amore per la musica. Questo mio interesse mi ha portato all’età di 8 anni a scoprire YouTube e tutto il suo meraviglioso mondo.

Ciò che amavo maggiormente era la possibilità di condividere e visualizzare in rete video di ogni genere: videoclip, video musicali, di intrattenimento, notiziari, trailer cinematografici, slideshow di vario genere e molte altre forme di espressione visiva. A quell’epoca la piattaforma non era ancora molto sviluppata ed i video erano di bassa qualità. Col passare degli anni YouTube si è evoluto fino a rappresentare, al giorno d’oggi, una fonte di espressione di intrattenimento globalizzata e sono orgoglioso di far parte della comunità dei tantissimi visualizzatori seriali.

 

 

Quando diventai “cittadino del mondo”: le mie prime esperienze con Internet

Anno 2017, uno studente iscritto al primo anno al Politecnico di Torino, tale Alessio Soru, segue un corso di Rivoluzione digitale con la curiosità di approfondire tematiche quotidiane apparentemente e superficialmente scontate per chiunque, ma conosciute a fondo da pochi.

Esempio pratico: chi, nato tra gli anni novanta del secolo scorso e oggi, è in grado di contestualizzare in maniera dettagliata i momenti cardine dell’approccio al digitale all’interno del proprio percorso di crescita?  Qual è stata la prima esperienza con Internet?

Logo di µTorrent “Un client BitTorrent scritto in C++ per Microsoft Windows, Linux, Android e macOS, rilasciato per la prima volta il 18 settembre 2005”. Fonte: Wikimedia

Faccio fatica a rammentare il primo ricordo di Internet.  Scavando nella memoria, con tutta probabilità, ho avuto i primi contatti tramite piattaforme di pirateria online come per esempio eMule o µTorrent (non mi si punti il dito) e, verosimilmente come tanti miei coetanei, fui dominato dalla moda di Windows Live Messenger (chiamato comunemente MSN), piattaforma di messaggistica.

Questi due fenomeni si prestano facilmente ad essere degli esempi delle potenzialità di Internet che già al tempo risultavano evidenti: semplicemente… Internet ha potenzialità infinite. Da ciò si possono intraprendere diverse chiavi di lettura tra loro collegate.

Logo di eMule “Un software applicativo open source dedicato alla condivisione dei file basato sul peer to peer e scritto in linguaggio C++ per il sistema operativo Microsoft Windows”. Fonte Flickr.com    Pubblicato da Franco Pecchio

Da un argomento complesso come la pirateria nasce spontanea una prima e semplice riflessione: la possibilità di avere un accesso quasi illimitato a film, videogiochi o quant’altro in maniera gratuita era un’innovazione stupefacente sia per un ragazzino come me che in quella maniera conosceva per la prima volta l’universo digitale in generale, sia per un adulto al quale era già noto e che invece fin lì aveva poco chiaro quale utilizzo potesse fare di Internet.

Name card di Windows Live Messenger con il logo della              piattaforma di messaggistica in basso a destra.                        Fonte: Flickr.com Pubblicato da Cheon Fong Liew

In secondo luogo: perché usavo MSN? Per la necessità di essere in contatto con le stesse persone con le quali avevo occasione di incontrarmi faccia a faccia in altri momenti della giornata? Forse per certi versi sì, ma ricordo che un messaggio classico era: “Di che parliamo?”.

Dunque sorge una considerazione: spesso il suo utilizzo era dovuto a semplice curiosità. I trilli, le emoticons e tutto quello che girava intorno erano un nuovo modo di instaurare delle relazione sociali, un nuovo modo di fare amicizia che allargava gli orizzonti e andava oltre le abituali interazioni giornaliere, orizzonti che poi si sarebbero ulteriormente espansi con l’avvento di Facebook. Il mio, seppur inconsciamente, era un desiderio di conoscere queste novità.

Tutto ciò mi affascinava e mi persuadeva.

IL primo PC che utilizzai, con processore Intel Pentium II messo in commercio con Windows 98 e in seguito implementato con sistemi operativi successivi.         Fonte: Galleria personale.

Le prestazioni dei PC e le capacità dei programmi di quegli anni erano scarse e limitate rispetto ad ora ma per l’utilizzo che ne facevo e con un po’ di pazienza bastavano e avanzavano.  Tant’è che quasi con nostalgia mi torna alla mente l’immagine di un vecchio monitor acceso per giorni e notti intere per scaricare dei files che oggi avremmo disponibili in pochi minuti.

Oggi, giustamente, risulta sempre maggiore la necessità di essere “cittadini del mondo” ma io, come tanti altri, credo di poter dire di esser sempre stato tale. Essere “cittadino del mondo” è una conseguenza diretta del fatto di poter essere collegati in qualunque momento con qualsiasi parte del globo. In termini sociali, Internet è stata una distorsione dello spazio-tempo, Internet è la legge sociale della relatività.

Alessio Soru

Current status: online

Prima di tutto le presentazioni: mi chiamo Francesco, ho 19 anni e studio ingegneria elettronica presso il Politecnico di Torino. Questo è il mio primo post e, più in generale, è il primo post del progetto HDCOL.

Sin da bambino sono sempre stato affascinato da quelle splendide macchine chiamate computer.
Avevo quattro anni quando mio padre portò il primo PC in casa.  Fui immediatamente stregato dalle potenzialità ludiche dell’apparecchio: un singolo PC poteva contenere centinaia di giochi, capaci di tenermi incollato allo schermo per ore e ore.

Un PC con CPU Intel Pentium durante l’installazione di Windows 98. Fonte: flickr.com Uncle Saiful

Andando avanti con l’età iniziai a vedere nei PC qualcosa di più di un semplice mezzo di svago: il merito, certo, va in buona parte alle console dedicate che ben assolvevano tale scopo, ma anche alla mia personale curiosità di capire cos’altro questi dispositivi potessero fare.

Messi da parte i classici Paint Prato Fiorito, iniziai la mia avventura nel mondo dell’informatica muovendo i primi passi all’interno della suite Office. Ovviamente partii da Word, passai per PowerPoint, e mi ingegnai a fare qualche conticino su Excel,  un programma un po’ troppo complicato per i miei gusti di allora.

Il world wide web

Se i segreti del mondo offline iniziavano a farsi un po’ meno criptici, quelli del mondo online mi erano totalmente oscuri.
Il classico suono della connessione 56k tramite rete telefonica  era quasi un evento in casa: i costi erano altamente proibitivi e i miei genitori accedevano a internet di rado, prevalentemente per usare servizi di home banking e poco altro.

La schermata di connessione dial-up di Windows 98. Fonte: flickr.com Christiaan Colen

Quando gli abbonamenti adsl iniziarono a farsi più contenuti, i miei si convinsero a sottoscrivere un contratto con un ISP e finalmente ottenni la tanto agognata connessione. Facevo la prima media. Potete immaginare la felicità di un ragazzino di quell’età che riesce a soddisfare, da un giorno all’altro, ogni sua più piccola curiosità in una manciata di secondi.  La quantità di voci liberamente consultabili su wikipedia era sbalorditiva, (specie per uno abituato ai numeri dell’enciclopedia Encarta). Passavo i pomeriggi a scoprire musica su Youtube, a giocare sui vari siti di flashgames e a sperimentare tutte le novità che il web aveva da offrirmi. Pochi mesi più tardi, mi iscrissi a MSN.

Uno screenshot di Windows Live Messenger. Fonte: flickr.com  Joe Anderson

Messenger per me fu un punto di svolta. Prima di tutto, potevo contattare gratuitamente tutte le persone iscritte al servizio ed effettuare video chiamate illimitate con li stessi  – considerando che ai tempi le offerte telefoniche prevedevano solo 100 SMS promozionali al giorno, la cosa per me era parecchio rivoluzionaria -. Ma c’è di più:  gli utenti avevano a disposizione uno spazio su una piattaforma di microblogging, e furono proprio tali spazi a portarmi verso le prime righe di HTML; a sperimentare con la grafica digitale e l’editing audio.

Queste prime esperienze furono i primi mattoni della mia cultura digitale.
Da lì fu un crescendo, e non ho mai smesso di costruirci sopra.

 

 

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